Cinema: introducing Marco Chiarini

In occasion of a small Film Festival dedicated to independent movies, I discover the Italian director Marco Chiarini (1974 Teramo, Abruzzo). We are all sat in the theater when he starts to introduce himself through his two works: the short film Omero Bello di Nonna and the movie L’Uomo Fiammifero, which at the David di Donatello Awards 2010 won two nominations for Best Visual Effects and New Best Director.
 
Written and translated by Nicla Catano
 

[traduzione in italiano in basso]

M. Chiarini
 

Without revealing too much about the plot, the director began talking to the public while literary showing them all those elements, such as sound, music, voices and set design, which are intertwined for giving life to the movie (beware, I say that those elements are “intertwined” not “behind the movie!”). To clearly reveal to the public these “movie adjectives”, the director pulled out a small box with many types of instruments, whistles and other awkward objects, which are used in the movie to reproduce the sounds of the animals, like the owl or the turtle dove .He takes them in his hands, then plays them and says, “You will listen to it at the very beginning of this movie … I used that for this … that’s why I entered it for this … etc”. Then he pulls out some small notebooks with the sketches from which the entire movie started. Marco acts like a musician or an artist … From here, Marco leads us to the vision of the short movie, reiterating the importance of the theater as ideal place for watching particular movies and establishing a deep connection with the public. Seeing them so big, says Chiarini, you will feel crushed by the protagonists. Just a few scenes to realize how the director with a series of elements which I said before, has built its own language, creating an unique style in the Italian contemporary cinema. 

M. Chiarini fischietti

Even if we try to make comparisons with the greatest of the Italian or foreign cinema, such as with the French director Jean-Pierre Jeunet for example, who immediately reminds me movies such as Delicatessen (1991) for the creation of a language somewhere between the simplicity given by theme and the yield of that theme through images and sounds typical of the fantasy of the children, we would incur the risk of speaking more for common places than for perceived sensations. Rather, to quote a reference, I would mention a book, I pesci non Chiudono gli Occhi by Erri De Luca (2010), another contemporary author, who with a back flip was able to re-look at the things through the eyes of a child and to re-offer to the reader that almost forgotten imaginary space, perhaps perceptible just in the dreams. However, to be honest, the eye of the director behind the camera is well perceived during the entire duration of the movie and confirms the presence of the own style of the director Marco Chiarini which, although influenced by well-known models, is evident with all its own authenticity .

The elements of the local tradition, such as the landscapes, the dialect of the protagonists and the popular ballads in the soundtracks, are combined with those elements of the classic tale. In particular, there is a moment the movie L’Uomo Fiammifero, in which puppets (including Pinocchio, protagonist of the classic tale) and other wooden objects, move at the rhythm of a tic- tock, which fully reflects the scene of the animated movie Pinocchio, produced by Walt Disney, for example. And then, there are funny names, those ones made of wordplay that kids put together to laugh.

Marco Chiarini was not only able to tell a tale but, more importantly, he has managed to create characters and “handmade” visual effects in the manner of Méliès, creating two works accessible to a public without any age limit.

(Images © Marco Chiarini)

***Traduzione Italiana***

All’interno di una rassegna cinematografica dedicata ai film indipendenti, vengo a conoscenza del regista abruzzese Marco Chiarini (1974, Teramo). Si è presentato in sala con due lavori: il cortometraggio Omero Bello di Nonna e il film L’Uomo Fiammifero, che si è guadagnato due nomination al David di Donatello 2010 nelle categorie migliori effetti speciali visivi e miglior regista esordiente.

Senza soffermarsi troppo sulla trama, il regista ha introdotto il pubblico alla visione, parlando e dimostrando anche visivamente tutti quegli elementi, come suoni, musiche, voci, scenografia, che s’intrecciano per dare vita al film (attenzione, dico “s’intrecciano”, no “stanno dietro al film”!). Per portare sotto gli occhi del pubblico questi “aggettivi filmici”, il regista ha tirato fuori una scatoletta con tanti tipi di strumenti, fischietti e altri curiosi oggetti, che nel film sono serviti a riprodurre i suoni di animali come il gufo o la tortora. Li prende in mano, li suona e ci dice: “questo lo sentirete all’inizio del film, questo l’ho utilizzato per questo, questo l’ho inserito per questo, etc”. Poi tira fuori dei quadernini con i bozzetti dai quali è partito tutto. Sembra persino un musico o un disegnatore. Da qui ci trasferisce alla visione del corto, ribadendo l’importanza della sala cinematografica come strumento di comunicazione quasi antropica col pubblico. Vedendoli così grandi, dice Chiarini, vi sentirete schiacciati dai protagonisti. Bastano poche scene per rendersi conto di come il regista attraverso quella serie di elementi di cui dicevo prima, abbia costruito un suo proprio linguaggio, dando vita a uno stile unico nel panorama contemporaneo del cinema italiano.

Anche a voler fare dei paragoni con i grandi del cinema italiano o straniero, con Jean-Pierre Jeunet ad esempio, il quale parallelismo mi rimanda subito a film come Delicatessen (1991) per la creazione di un linguaggio a metà tra la semplicità data dal tema e la resa di tale tema attraverso immagini e suoni proprie dell’immaginario dei bambini, si incorrerebbe nel rischio di parlare più per luoghi comuni che per sensazioni ricevute. Piuttosto, per citare un rimando, ricorrerei ad altro genere e mi viene in mente il libro I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca (2010) , altro contemporaneo che facendo un salto all’indietro è riuscito a ri-vedere con gli occhi del bambino e a ri-offrire al lettore quell’immaginario di spazi quasi dimenticati o, forse, ancora intravedibili nel sogno. Comunque, a dirla tutta, l’occhio del regista dietro la telecamera si percepisce bene lungo il corso del film e conferma la riconoscibilità di uno stile, che per quanto influenzato dai modelli ben conosciuti, si concretizza nella sua autenticità.

Gli elementi della tradizione locale, come i paesaggi, gli accenti dialettali dei protagonisti e le ballate popolari del sottofondo, si combinano a quelli della fiaba classica. C’è un momento in particolare nel lungometraggio L’Uomo Fiammifero, in cui marionette (tra cui lo stesso Pinocchio) e altri oggetti di legno si muovono sulle battute di una musica che scandisce la nettezza dei tic-tac, che riflette in toto una scena del film d’animazione Pinocchio, prodotto da Walt Disney, ad esempio. E poi, ci sono nomi divertenti, di quelli fatti di giochi di parole e che si dicono i bambini per ridere (come Dina Lampa).

Ha saputo raccontare ma, soprattutto, ha saputo creare personaggi ed effetti speciali “fatti in casa” alla maniera di Méliès, dando vita a opere fruibili da un pubblico senza limite d’età.

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