Showcase: Davide Battaglia

Davide Battaglia nasce a Genova nel 1982. Si laurea all’Accademia Ligustica di Belle Arti. Parallelamente agli studi comincia l’attività di pittore e illustratore. Nel 2007 vince il Primo Premio Arti Visive al CercaTalenti di Genova e lavora come assistente pittore di scena sul set del film “Giorni e Nuvole” di Silvio Soldini. L’anno dopo si trasferisce prima a Roma, dove lavora nell’ambito della scenografia teatrale e cinematografica, e poi a Parigi per un progetto internazionale di Residenze d’Artista. Tornato a Genova nel 2009 realizza l’imponente galleria pittorica “SampGallery”, mostra tributo patrocinata dall’U.C.Sampdoria. Nel 2011, in occasione del Concorso Internazionale d’Arte Contemporanea “Odierna”, vince a Roma il Primo Premio, a cui seguono un terzo premio e un premio della critica ai concorsi internazionali “Saturaprize2011” e “Saturarte2012”. Nel 2012 torna al cinema e firma le scenografie del film “Extreme Jukebox” di Alberto Bogo [clicca qui per leggere l`articolo di FM sul film].

Intervistato da Chiara Costantino
 
 

 Ciao Davide! Come ti sei avvicinato all’arte?

Mio padre è un pittore e da piccolo lo guardavo dipingere; mi comprava i fumetti e io li divoravo (più che altro, come si dice, “guardavo le figure”). Iniziai a copiare i disegni, riempiendo fogli interi di improbabili tavole del mio personaggio preferito: Tex Willer. Insomma, vedevo il disegno come una componente basilare del vivere, un po’ come mangiare, niente di straordinario. Poi iniziai a comprendere la particolarità della cosa, approfondii il mezzo, frequentai gli studi (Liceo Artistico e Accademia di Belle Arti, entrambi a Genova) e iniziai a conoscere altri artisti più o meno giovani, a confrontarmi con loro.

 Ti definisci: “pittore, illustratore e pittore di scena”. Mi incuriosisce in particolare l’ultima definizione, che non conosco. Immagino abbia a che fare con la scenografia. Puoi spiegarmela?

Il pittore di scena interviene sulla decorazione degli elementi scenici, dai fondali all’oggettistica, che richiedono un trattamento pittorico; è un mestiere che spesso passa inosservato ma è assolutamente indispensabile non solo nel teatro ma anche nel cinema. Per fare esempi pratici, quando ho lavorato sul set di “Giorni e nuvole” di Silvio Soldini dovevamo “invecchiare” le pareti bianche di un salone e farvi affiorare un affresco, che sarebbe poi stato riportato alla luce dalla protagonista che era Margherita Buy. Fu allora che conobbi Paola Bizzarri, grande scenografa di cinema che ha recentemente vinto il David di Donatello, e Giorgio Barullo, abilissimo pittore di scena con cui lavorai nuovamente a Cinecittà su “Io, Don Giovanni” di Carlos Saura; in quell’occasione, ad esempio, un giorno mi recapitarono quasi cento sedie uscite grezze dalla falegnameria, da laccare e dorare in una giornata di lavoro. Naturalmente feci notte…

Dal tuo sito, nonostante tu sia molto giovane, emerge un ricco curriculum! Hai lavorato anche nel campo del cinema. Quali differenze e analogie ravvedi tra i diversi campi di cui ti occupi?

L’approccio rimane sempre una questione personale, ma chiaramente lavorare con una troupe significa tenere conto dell’integrazione reciproca tra mansioni e reparti (la scenografia, che è a sua volta un’integrazione di decoratori, costruttori, arredatori, attrezzisti, va a braccetto con altri reparti come fotografia, costumi, trucco) e spesso vuol dire sottostare a dettami precisi del regista. Ho appena concluso la lavorazione sul film “Extreme Jukebox” di Alberto Bogo, un horror girato a Genova dove per la prima volta ho preso direttamente io il controllo delle scenografie, mettendo in pratica tutta una serie di apprendimenti passati e potendo sfogare un po’ di libera creatività in sintonia con la colorita sceneggiatura del film. Studiare così a fondo lo spazio tridimensionale in termini di allestimento porterà sicuramente linfa nuova anche alle mie future pitture “bidimensionali”.

Acqua, luce e non luoghi metropolitani sono elementi dei tuoi lavori che mi hanno colpito molto. Dico non luoghi, perché anche le scene in interno mi ricordano più una camera d’albergo che un’intimità domestica. Da dove nasce la predilezione per questi elementi?

Istintivamente sono portato ad esprimermi rispettando i canoni di quello che vedo, cioè la realtà così come mi appare, nelle sue proporzioni, prospettive, luci ecc… Allo stesso tempo, però, ho sempre ammirato le potenzialità espressive di quella pittura meno legata al dato reale o riconoscibile (l’astrattismo, l’informale). Per questo, per non “rinchiudermi” a copiare banalmente la realtà, tento di indagare le possibilità che essa offre se riprodotta nelle sue dinamiche meno lampanti, nei suoi giochi di luci, riflessi, ombre, spesso nascoste in microcosmi di forme che, se ampliati, si rivelerebbero parte di oggetti e situazioni che quotidianamente ci circondano. L’acqua offre innumerevoli spunti sotto questo profilo. Nei miei lavori maggiormente iperrealisti, quelli ambientali per intenderci, emerge in parte lo stesso discorso (giochi di specchi e ombre che, seppur non complicando la riconoscibilità degli oggetti, mettono in gioco la percezione dello spettatore in termini di punto di vista, fonte delle immagini, ecc…), in parte tutta la mia predilezione per la composizione pulita, equilibrata, che blocca e raffredda le figure in un “non-tempo” (e di conseguenza in un “non-luogo”). L’assenza di tempo diventa un in un certo senso un corrispettivo dei microcosmi di cui parlavo prima; è l’infinitesimale, del tempo e dello spazio, la base di questo iperrealismo personale, non “da cartolina” o “da ritratto”.

 Che ruolo hanno le persone che compaiono nei tuoi lavori? Sento un senso di straniamento anche quando sono in gruppo.

Le figure escono dalla continuità e vanno ad interpretare una situazione topica in una composizione troppo “giusta” per essere vera, con i segni (per “segno” intendo tutto ciò che viene raffigurato) che concorrono ad una rappresentazione scenica artificiosa e volutamente significante in ogni singolo elemento. Dal punto di vista strettamente pratico, mi piace coinvolgere persone più o meno vicine a me nei miei lavori. Famigliari, affetti, conoscenze occasionali, persone scelte “ad hoc” e che gentilmente si sono offerte, come il grande Don Gallo che comparirà nel ruolo de “Il pescatore” in una mostra tributo a Fabrizio De Andrè che sto preparando e che probabilmente verrà inaugurata nella tarda primavera del 2013.

 Mi è piaciuta molto “La casa di sabbia”. Parlamene.

“La casa di sabbia” è uno dei quadri più “caldi” che io abbia mai realizzato, qualcuno ha detto addirittura “rinascimentale”, riferendosi alla composizione e alla silhouette della figura femminile. E’ un quadro molto piccolo (40x40cm) ma molto completo, perché oltre all’aspetto figurativo ha anche un secondo livello di studio in cui ho analizzato la resa del riflesso su di una vetrata in controluce; all’interno della sagoma di donna si può intravedere ciò che sta al di qua del vetro, cioè un cucinino (vi si possono scorgere le piastrelle al muro, una bottiglia di vino, una tendina sotto il piano cucina dove presumibilmente sta la spazzatura). Per quel che concerne il titolo, si riferisce alla costruzione in riva al mare appena visibile all’estremità destra del quadro, nella direzione dello sguardo della donna; non saprei dirvi se la casa è davvero di sabbia o no, ma l’idea che lo sia mi evoca una sorta di “metafisica del tempo”, tra l’inafferrabile e l’eterno, che trovo affascinante.

 In “Reality” un uomo è su un divano, le mani a coprire il volto e vediamo tutto ciò nello schermo di un televisore. E’ il riflesso di un interno domestico, un programma proiettato in quel momento, o forse entrambe le cose? Perché?

E’ il riflesso su un televisore spento, come suggerito dalla lucetta rossa. Ma che sia spento o acceso, in termini di messaggio, poco importa; mi interessava la confusione tra immagine reale e immagine nella scatola, che è una confusione in atto ogni qualvolta si accende la tv e la si segue nell’abbandono delle personali facoltà critiche.

Chi sono gli artisti che ti hanno influenzato? Cosa devi loro?

Ogni forma d’arte mi influenza e tendo ad ammirare qualunque artista. Ho scelto di preparare la mostra tributo a De Andrè perché ascoltando i suoi versi avevo formulato una valanga di immagini mentali. Così come il cinema, in termini di composizione visiva, non smette mai di ispirarmi (penso alle splendide immagini di un Kubrick, un Kieślowski). Tra i grandi della storia della pittura, chi mi soccorre continuamente tra le complessità della resa tonale e del colore sono gli Impressionisti; ho anche (inevitabilmente) studiato i grandi del realismo americano come Edward Hopper e tutta la successiva scuola dell’Iperrealismo che ho scoperto con le opere di Richard Estes. In generale, apprezzo molto gli innovatori, anche se non strettamente legati alla pittura (un nome per tutti è quello di Marcel Duchamp) e tra i grandi classici, se devo scegliere due quadri, dico il “Cristo morto” del Mantegna (1475 ca.) e “La zattera della medusa” di Géricault (1819).

L’arte ha migliorato la tua vita? In che modo?

Credo di sì, perlomeno sono felicissimo di avere sviluppato una certa sensibilità, non solo dal punto di vista tecnico ma soprattutto nel guardare, nel “vivere” le cose, alla ricerca della bellezza anche laddove sembrerebbe non esserci.

Chi saresti se non fossi un artista?

Domanda difficile. Non saprei. Ma se proprio dovessi pensare a una vita senza arte, allora dovrei cercare un modo per meravigliarmi lo stesso. Torno bambino e dico: vorrei fare l’astronauta!

Dai un consiglio a qualcuno che si stia avvicinando al tuo stesso mondo.

Osservare, osservare, osservare. Chi guarda bene è a metà dell’opera. “Fare” non è difficile, guardare bene invece sì, perché nell’economia generale di ciò che vediamo l’occhio nasconde sempre qualche insidia, facendoci sembrare inclinate linee che invece non lo sono, raddrizzandone altre che sono curve, restringendo ciò che è grande o ingrandendo ciò che è piccolo. Inoltre bisogna allenarsi, avere il bagaglio tecnico più ampio possibile perché esso non è mai ampio abbastanza, che si vogliano fare minuziose riproduzioni realiste oppure violenti buchi nelle tele. Infine, essere curiosi e scovare meraviglie ovunque.

C’è qualcosa che manca nella tua vita?

Ho l’attitudine ad assorbire tutto come un arricchimento; perciò raramente mi è capitato di sentire un vuoto, perché tendo ad essere positivo e soprattutto propositivo. Talvolta ho una strana nostalgia che rimanda ad epoche che non ho vissuto, come la Parigi degli impressionisti o l’America dei “Born to be Wild”; se avessi lavorato sul set di “Ritorno al futuro”, probabilmente avrei rubato la DeLorean!

(Images  © Davide Battaglia)

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